«the bob» and colleen moore

a few links about the actress whose eye (probably the brown one, as I can see from colorized pictures) & bangs I stole for my favourite buddy icon.
I'm not comfortable with buddy icons, but this stuck somehow – though I had never heard about her, when I found her portrait in the book il futurismo e la moda (in a page about the change of role models in the 20s and the french novel la garçonne).

it turns out moore was the first american actress to make bobbed hair popular (not louise brooks) and that she was (massively, we could rightly say) into doll houses.

colleen moore's fairy castle

colleen bobs her hair

the colleen moore project and a forthcoming new biography.

(seeing her movies seems nearly impossible now, but I'll look into it and report back.)

 

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spaccati di stabili parigini

(ancora!) da un volantino dell’acquedotto, conservato chissà quanto tempo fa.

Paris-eau

eat me?

funghi (di carsten höller) e miniature dai plastici della prossima sede della fondazione prada in largo isarco, milano.

oma website

(altre su flickr)

 

P1020204

 

 

link of the day

an archive of city scale models links.
(via the recently closed map room :o(

jardin sur le toit

Hermes-miniature

(miniatura popup da campioncino di profumo hermès)

miniature dal post

ho scoperto che le photogallery di ilpost.it segnalano spesso immagini di questo tipo.
ecco altri 2 artisti del modellino/scultura (in un caso stilizzato, nell’altro iperrealistico):

anastassia elias

alan wolfson

 

 

l’avaro del teatro delle albe

all'elfo-puccini non c'ero ancora stata, è uno spazio sobrio, gradevole (appena appena contorto), che sa di nuova ristrutturazione, con un atrio dove mette allegria vedere l'animazione di una multisala a scopo teatrale e non cinematografico (senza i popcorn, per esempio).  la cavernosa galleria di corso buenos aires ne viene solo in parte riscattata – speravo meglio – forse anche per i lavori in corso sul marciapiede.

Casetta-cassetta martedì sera, l'arpagone interpretato da ermanna montanari ha dilettato senza troppi traumi anche una mezza scolaresca di adolescenti.  ma sì, perché dopo un inizio veramente cupo e disturbante – lei torva come una rockstar incazzata in diabolici stivaletti margiela, il continuo rimescolamento della scenografia da parte della servitù, i personaggi giovani dal viso malaticcio e i gesti di meccanica marionetta – la commedia prende il sopravvento.  pur grottesca e amara, ovviamente: la casa ridotta a forziere per il denaro, la famiglia a dinamica economica, un lieto fine che non riscatta la mediocrità dei personaggi.
il testo è proprio quello di molière nella traduzione di garboli ma de-enfatizzato (come ci si può aspettare) dalla continua messa-in-discussione, messa-in-evidenza e mise-en-abîme della messa in scena.
[che poi a volte lo trovo un pochino triste, che non si possa più fare uno spettacolo di prosa innocente, con un allestimento tradizionale, ma è la nostra condanna. e comunque, a vedere l'inizio dello spettacolo con i finti tecnici di scena che tirano i tendaggi, arriva il brivido.]

(altri accenni alle albe: 1, 2, 3, 4.)

lori nix

Lori nix

è un'altra autrice di angoscianti miniature

(dal blog delle scrittrici megan abbott e sara gran)

spaccati del corpo umano come fabbrica

ovvero: industrial anatomy.

viaggio dell’altro giorno: tilt-shift photography

dopo essere inciampata in questo video su berlino, volevo riflettere un po' sulle immagini ottenute con obiettivi tilt-shift (così di moda che c'è addirittura un'applicazione per iphone per applicare un effetto simile a una foto normale), dove il gioco di fuoco e prospettiva restituisce ai soggetti fotografati proporzioni alterate (mi pare di notare, ma potrei sbagliarmi: i palazzi sono più grandi delle persone, ma non quanto nella realtà; sono a fuoco solo i dettagli più piccoli e la profondità è drasticamente ridotta).

ecco una pagina di link (alcuni purtroppo scaduti; pare comunque che abbia iniziato olivo barbieri), a cui si si possono aggiungere per esempio jeffrey richard stockbridge e vincent laforet.

non ho trovato però molti commenti sull'estetica della finta miniatura:
qui si ipotizza che «attraverso tali distorsioni ci viene regalato un momento in cui possiamo renderci conto di quanto siamo piccini, di quanto minuscole possano apparire persino le strutture più grosse, e questo momentaneo cambiamento di prospettiva è liberatorio»; 
che «a volte si proietta un'immagine del nostro mondo molto più grande di quanto dovrebbe essere… questo tipo di fotografia […] è una riflessione sul fatto che a volte abbiamo bisogno di ridurre la dimensione delle cose e osservarle come se non fossero poi così importanti. immagini di questo genere ci aiutano a guardare ciò che ci circonda con un po' di tranquillità in più, dovuta al sapere che le cose non  devono necessariamente essere tanto grandi».

ci si ritrova insomma nel solito rassicurante senso di dominio dello spazio dato dai plastici, con il loro «effetto giocattolo» grazioso per definizione.
ma sul bisogno di fingere la finzione, che vogliamo dire? non è un po' regressivo, passato l'effetto sorpresa?
sarà perché ieri sera ho visto up in televisione, però mi sembra che il mondo là fuori sia davvero tanto grande e l'operazione di ridurlo proprio tramite immagini scattate dal vero sia un po'… riduttiva.