la mostra di magritte

Magritte l’ho vista domenica scorsa con v. che non può non ricordare la canzone di john cale magritte, e john cale a sua volta mi aveva in effetti ricordato dopo anni how often we saw magritte: c’era già dappertutto questa serie di cartoline (io avevo le due ai lati della foto, quella in mezzo l’ho presa alla mostra dalla stessa serie, nel frattempo dotata di codice a barre), di cui colpivano le immagini più a sorpresa, magari anche un po’ escheriane, e poi c’era l’incanto dell’impero delle luci, iperriprodotto e visto quasi sicuramente a venezia alla collezione guggenheim (ce ne sono anche altre versioni – in mostra qui a milano ce n’era una orizzontale, o sono impazzita io?) durante un viaggio d’istruzione mio e di c. (dormivamo dalle monache) l’anno dopo la maturità.*
e dopo esserne rimasta incantata per un po’ mi ero resa conto che di magritte quella è una delle immagini meno surreali: in una giornata molto limpida e luminosa, in certi paesaggi, è possibilissimo al tramonto avere il buio alla porta di casa e la luce in alto, ma anche dopo che te ne sei reso conto, tutte le volte che vedi quel fenomeno pensi a magritte, che ti segue pinned to the edges of vision.  di magritte non ti scordi, anche se la sua nitidezza da rebus (le  figure in apparenza stereotipate in ambientazione metafisica) magari non ti piace, anche se la sua metadiscorsività magari ti stufa (comunque il librino di foucault sulla pipa e altro – questo non è una pipa, se studio editoriale 1988 – è molto interessante**).
però la rilevanza delle sue immagini non mi sembra quella del surrealismo da manifesto delle frasi d’autore riprodotte nel (bruttino) allestimento della mostra, tese a illustrare appunto il titolo il mistero della natura: la pittura che svela quello che di inquietante c’è nella realtà. no, per me sono importanti l’onirica realtà di quelle casette dalle finestre illuminate, il peso di quei macigni, gli oggetti fuori posto, la ricombinazione degli elementi quotidiani nella logica altra del sogno, così difficile da catturare, e qui per una volta intrappolata con tutti i suoi colori.

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* allora per l’appunto vedemmo anche la mostra futurismo e futurismi a palazzo grassi, per cui questa volta passo, grazie.

** non sto a entrare nel dettaglio ma vi riporto la chiusa, che giunge dopo un discorso sulle immagini che nell’arte contemporanea non possono/vogliono più essere le cose che appparentemente rappresentano: «verrà un giorno in cui l’immagine stessa, con il nome che porta, sarà disidentificata dalla similitudine indefinitamente trasferita lungo una serie. campbell, campbell, campbell».

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