oggi un anno fa

si chiudeva (male) la mia personale esperienza di avere
«qualcuno» in un reparto di terapia intensiva (e il resto del mondo,
gli stessi altri pazienti vicini, chi sono, «nessuno»? come siamo limitati, davvero). ho di conseguenza un
rispetto enorme per chi ci lavora e un proporzionale disgusto per chi
si permette di strumentalizzare certe situazioni promuovendo pseudoragionamenti affrettati, scorretti, viziati.

l'amarezza per la storia di eluana englaro per me è  la solita che emerge sempre nel constatare quanto poco il rispetto per le persone sia considerato un valore.  spesso questo effetto collaterale del dogmatismo paracattolico si annida all'interno della famiglia stessa; questa volta no, grande pietas all'interno della famiglia e grande vociare di estranei fuori (tra cui quelli quelli che si appropriano della parola libertà).

ci trovo un'altra lettura possibile per il famoso finale di fumatori di carta di pavese:

rispondere no
a una vita che adopera amore e pietà,
la famiglia, il pezzetto di terra, a legarci le mani.

lo trovo citato in un testo bello che sto leggendo per lavoro, parla degli anni sessanta-settanta, di donne, di scelte. intanto mi ero messa a leggere la biografia di marianne faithfull (il libro l'avevo da anni, è rispuntato fuori insieme al bellissimo disco nuovo di lei): anni sessanta-settanta, donne, ecc. l'altra sera sono spuntate da un dvd le immagini di les hautes solitudes di garrel: anni sessanta ecc. ecc. coincidenze.

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