i romanzi di diego marani

potrei a buon diritto tenerli nello scaffale traduzione: quelli che ho letto, nuova grammatica finlandese (bompiani 2002) e l’interprete (bompiani 2004), sembrano esorcizzare i pericoli della professione dell’autore con le loro storie estremamente inquietanti sull’inconscio linguistico; nell’ultimo ci sono addirittura personaggi che vengono «parlati» non dico dalla lingua del capro ma da un idioma parimenti primordiale e pre-umano.

una lingua estranea iniettata nella nostra mente porta il contagio di suoni sconosciuti, la visione di mondi a noi incomprensibili, la vertigine di altre verità e il desiderio diabolico di possederne la conoscenza.

(l’assunto o artificio narrativo, allora, è che questo desiderio cui normalmente si indulge potrebbe essere molto molto pericoloso.)

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