keith haring

«rappresenta la dimensione affettuosa dei nostri anni ottanta ma anche il suo volto demoniaco: il paradiso e l’inferno, un mondo che esclude l’esistenza dell’intermedio, del purgatorio dei tiepidi. ogni disegno del ragazzo di reading irradia serenità, avvince con il suo gioco dei contorni e dei riempimenti: riempie contornando e contorna riempiendo. la sua è una gestalt allegra, che satura lo spazio, che scaccia l’horror vacui che rode dall’interno la sua anima bella e quella dei suoi seguaci, una angoscia che l’artista-bambino racconta perfettamente nei suoi diari (oscar mondadori), uno di quei libri che da soli rendono il tempo di un’intera epoca, che abbiamo messo, forse troppo velocemente, alle nostre spalle. … il segno di haring appartiene alla pittura, eppure non è solo pittura. la sua natura è mista, meravigliosamente archetipica. allude ad altri segni e codici, a forme e graffiti di differenti età; eppure nessun segno del nostro passato, salvo forse quello del suo maestro andy warhol, è così ripetitivo e insieme così variato. appartiene all’antropologia più che alla pittura. anzi, alla religione e al mondo magico.»

(marco belpoliti, alias n. 40, 15 ottobre 2005)

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